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La voce

del tassobio

La Casa del Mio Dialetto

 

  • La Casa-Torre di Castellaro

     

    Questo sito, nato nel marzo del 2012 e oggi rinnovato, è dedicato a chi ama il dialetto e crede che sia giusto salvarlo. Qualsiasi dialetto.
    Il mio è quello della Val Tassobio, che si trova sull'appennino di Reggio Emilia.
    Alla lingua della mia terra ho dedicato anni di studio, ricerche e pubblicazioni.
    Ho deciso di condividerle con tutti, per salvare una storia che rischia di scomparire.
    Essendo il dialetto un fenomeno principalmente orale, ho voluto fornire strumenti moderni per farne conoscere e comprendere non solo la grafia, ma anche la fonetica.

     
  • La Casa-Torre di Castellaro

     

    Questa è la vallata dominata dal Castellaro, la casa a torre che potete vedere nella foto a fianco.
    Si trova nel comune di Vetto d'Enza, ed è la culla storica della famiglia Rabotti, il luogo da dove veniamo e dove abbiamo organizzato nel corso degli ultimi vent'anni rassegne poetiche, mostre e feste popolari.

     

L'ultima Novità

  • 10 - Ma, oggi, davvero il dialetto è ancora vivo?

    Direi proprio di sì. E vegeto. Come già accennato, me lo fa pensare il fatto che, negli ultimi decenni, si sono moltiplicati i concorsi di poesia dialettale, le compagnie di teatro dialettale, le ricerche sui dialetti.

    Il concorso più prestigioso è quello abbinato alla Giarêda, a Reggio città, giunto alla 38ª edizione nel 2017; poi vengono quello di Castellaro, (13 edizioni, dal 1996 al 2008); quello di Vezzano (13 edizioni: dal 1999 al 2012); quello di Sant’Ilario (ancora attivo, giunto alla 11ª edizione); Selvapiana (5 edizioni dal 2009 al 2013); Pratissolo (ancora attivo, finora due edizioni). Per i concorsi citati esistono anche le antologie, alcune annuali (Castellaro, Selvapiana) altre biennali o triennali.

    Vi sono poi antologie riservate a chi scrive prevalentemente in lingua, ma che ospitano anche testi in dialetto. Tra questi Un poco di noi e, quando c’erano, il Concorso di Carpineti e quello di Casina.

    Oggi esistono “Siti” anche per il dialetto. Per alcuni ci si limita allo scambio di battute scritte in dialetto, senza pretese. Per altri invece si cerca di fare una ricerca basata anche sul contenuto scientifico dei vocaboli, della grammatica, della sintassi, sull’etimologia, sull’origine di certe espressioni (Parlòma ed dialètt – Parlòma in dialètt; Leones Prosperi).

    Un lavoro fondamentale lo sta realizzando Daniele Vitali, di Bologna. La sua ricerca riguarda tutti i dialetti della Emilia-Romagna, paese per paese, ma con diversi sconfinamenti fuori regione ove esistono dialetti molto simili al nostro.

    Ci sono poi alcuni giovani che hanno presentato la loro tesi di laurea su argomenti dialettali.

    Ci sono state e ci sono ancora serate o pomeriggi dedicati al dialetto in diversi luoghi della montagna.

    vocabolario

     

    (foto R. S.)

    In fine sono stati stampati due vocabolari del dialetto montanaro. Il primo è uscito nel 2010 e copre la fascia centrale dell’Appennino: Valle del Tassobio, Castelnovo, Carpineti (E. Biagini – S. Rabotti – C. Santi VOCABOLARIO DEI DIALETTI DEL MEDIO APPENNINO REGGIANO - Ass. Scrittori reggiani – 2010). Il secondo, uscito nel 2017, è opera di Pier Giorgio Ferretti, VOCABOLARIO DEL DIALETTO COLLAGNESE – Parlàmma in dialàtt - Ass. Scrittori reggiani – 2017, e riguarda in particolare il dialetto di Collagna e Cerreto Alpi.

    C’è poi il mensile Tuttomontagna che ospita spesso articoli dedicati al dialetto, e la mia rubrica fissa sulla etimologia delle principali parole dialettali del nostro ambiente, al momento giunta alla 58ª puntata.

    Posso essere ottimista e pensare che il nostro dialetto sia come i gatti che hanno sette vite? Forse cambierà qualcosa, ma il dialetto sopravviverà. Perché il terreno ove è radicato è buono e genuino, come la gente che lo parla!

    Poi, per quel che ci riguarda, ricordiamo: Ciò che abbiamo ricevuto (istruzione e formazione), non lo abbiamo ricevuto solo per noi ma lo dobbiamo restituire (con gli interessi) a chi verrà dopo di noi.

  • 9 – Il dialetto è una lingua?

    Per definizione una lingua “È l’insieme delle regole grammaticali e dei vocaboli mediante i quali una comunità riesce a comunicare”.

    In pratica anche il dialetto è una lingua. Lo era già quando le attuali lingue nazionali emettevano i primi balbettii. Perché anche il dialetto è un mezzo di comunicazione generale, che ha caratteristiche specifiche per ogni singola zona, che si conforma all’ambiente (pianura/montagna) e al fisico delle persone (carattere, voce, corpo), ha una sua grammatica basata più sulla logica che sulle regole scritte; ha una base generale che è il latino, ma con innesti da altre parlate.

    Il dialetto ha poi una sua produzione letteraria che abbraccia tutti gli aspetti dell’esistenza e del sociale, e si esprime con forme letterarie, come le lingue ufficiali.

     

    9Maestra a Castellaro

    (da Google)

    Queste Forme letterarie sono:

    la Poesia, che serve ad esprimere le sensazioni intime, oggi molto usata e sentita;

    la Satira, che ridicolizza i vizi della gente per correggerli (Castìgat ridèndo mòres);

    i Proverbi, cioè un insieme di massime che racchiudono secoli di osservazioni;

    le Preghiere: quando si è disperati a chi ci si rivolge?

    il Sonetto, un elaborato in rima per festeggiare sposi novelli, anniversari di

    matrimonio, l’ordinazione di un sacerdote, una laurea, eventi, ecc...

    gli Indovinelli, a volte normali, a volte a doppio senso;

    i Non senso e gli Scioglilingua;

    le Filastrocche didattiche o per giocare;

    le Conte e i giochi eseguiti al ritmo di filastrocche;

    le Formule di catechismo per imparare meglio il testo e i concetti;

    le Maschere, commedie in rima, rappresentate a carnevale da gruppi spontanei

    ambulanti, legati a fatti quasi sempre scabrosi, o comunque degni di attenzione;

    gli Stornelli, duelli giocosi sulle qualità canore e letterarie. (quasi sempre in italiano).

    gli Strambotti, o Dispetti, che spesso erano un modo di canzonare le ragazze

    vanitose o i maschietti presuntuosi.

    i Maggi drammatici, tipici del crinale, veri capolavori di drammaticità, con

    una musica martellante, testo in rima obbligata, e una scenografia caratteristica;

    il Cantamaggio, (si svolgeva nella notte tra il 30 Aprile e il 1° 1Maggio), per fare la

    serenata alle ragazze da marito;

    le Cantate, che, normalmente, erano storie vere messe in rima e in musica, cantate

    nei mercati o nelle fiere per raccogliere oboli;

    le Passioni: storie di Santi, della vita di Gesù e della Madonna.

    Scena del Maggio Drammatico ancora molto vivo nell’alto Appennino.

    (Da Maggio drammatico a Villa Minozzo)

    I dialetti non hanno nulla da invidiare alle lingue ufficiali. Anzi, molto spesso sono le lingue nazionali ad attingere alla parlata dialettale per migliorarsi e trasmettere sensazioni più forti, per darsi la carica.

    Ma i dialetti hanno due cose negative:

    la trasmissione solo orale e non scritta dei testi (e quindi col tempo

    abbiamo perso una infinità di componimenti), e

    l’essere stati abbandonati e rifiutati.

    E quando abbiamo cominciato a ragionare sul nostro passato ci siamo accorti che, credendo di emanciparci, abbiamo gettato via i mobili autentici, piccoli capolavori di ingegno, per sostituirli con quelli anonimi in laminato di plastica. Abbiamo tolto di mezzo i veri valori del nostro passato sostituendoli con valori appariscenti ma effimeri. Cioè:

    Cûn l’aqua spôrca d ‘ la bacinèla

    i’ èm butâ via ânch al pîn ch’a gh’êra dénter.

    [Con l’acqua sporca del catino abbiamo gettato via anche il

    bambino che c’era dentro per lavarlo].

  • 8 – Ma il dialetto è davvero importante?

    Questa domanda mi fu rivolta durante la presentazione del Vocabolario dialettale a Cervarezza (estate 2010). Propongo una contro-domanda: Perché studiamo ancora il latino, il greco antico e altre lingue morte da millenni? Spero che la risposta sia: per i contenuti che esse ci tramandano. Solo qualche parola su questo tema. Un discorso di approfondimento lo si potrà fare meglio in altra sede.

    Il nostro dialetto diventa importante quando ci rendiamo conto che ha tanti contenuti validi ancora oggi, in una società che sta vorticosamente cambiando, continuamente distratta dalle novità e propensa a dimenticare le cose dette o sentite solo ieri. E quelli del dialetto sono i valori sempre validi, anche col mutare della società: onestà, laboriosità, tolleranza reciproca, solidarietà, rispetto.

    Dopo un lungo periodo in cui parlare in dialetto, parlare del dialetto, o solo interessarsene, sembrava umiliante, oggi assistiamo ad un costante e crescente interesse per la parlata dei nostri avi. Ci sono compagnie di teatro dialettale, Concorsi, Ricerche, Siti sui media che studiano il dialetto sotto aspetti diversi, e pubblicazioni che ne rivendicano i valori sociali, come vedremo in seguito. Il fenomeno della riscoperta del dialetto deriva, a mio parere (ma non solo mio), da due costatazioni:

    1. L'esigenza di riappropriarci di un patrimonio geneticamente nostro, e del quale siamo stati defraudati in modo subdolo”, più o meno decettivo, in nome di una istruzione pianificata a livello di nazione, ma anche appiattita, come qualità, al livello più basso. [Cfr.: Lombardi-Satriani citato in LE PARLATE DELL’EMILIA E DELLA ROMAGNA, di G. Bellosi e G. Quondamatteo – Ed. Del Riccio, 1979, pag. 7];

    1. La voglia intima di sapere da dove veniamo e chi siamo, di ritrovare la nostra identità, le radici, la specificità di un popolo, di una razza. E questo non significa chiuderci in noi stessi, ridurre i propri orizzonti, ma solo approfondire le proprie origini anche per comprendere meglio noi e chi ci sta vicino.

    8Filatrice

    (Foto T. Lodi p. g. c.)

    C’è ancora gente (purtroppo anziana) che si rifugia nelle espressioni dialettali per raccontarsi, per consolarsi, per farsi capire! Per costoro il dialetto è la lingua viva, quella confidenziale, quella di tutti i giorni, quella, insomma, che ti conserva le amicizie e ti aiuta a restare a galla, demandando all’italiano il compito di risolvere i problemi burocratici.

    E poi ci siamo noi, gente entrata nel ventunesimo secolo, che siamo ancora intrisi di espressioni nate e cresciute in campagna, poi passate al quotidiano di tutti. Espressioni che ormai non conservano più il valore iniziale, di quando sono state coniate, o perché non si compiono più quei gesti o perché non esistono più gli utensili e la possibilità di vedere dal vivo quanto affermato. Ad esempio: andar fuori dal seminato, tirarsi la zappa sui piedi, chiudere la stalla dopo che i buoi sono fuggiti; far sotto come le patate, ecc.

    Perché abbiamo abbandonato il dialetto?

    Anche in questo caso vi sono due motivazioni.

    La prima è di carattere psicologico: dopo la scolarizzazione il dialetto restava la lingua dei poveri, dei perdenti, quindi si tentava di parlare italiano per camuffare la propria origine contadina.

    La seconda causa (strano, ma vero!) è stata l’istruzione pubblica. Con la scuola obbligatoria si credeva di unire gli italiani anche mediante una unica lingua nazionale. Ci hanno costretti a parlare italiano (e questo, di per sé, non è un male), ma ci hanno anche spinti a considerare il dialetto un linguaggio da screditare. Così abbiamo sacrificato il dialetto ma, dopo oltre 156 anni, non parliamo ancora bene neppure l’italiano.

BÛN CUMPLEÀN, SITULÎN!

Câr al mi’ fagutîn, l’é bèli un àn
che t’ vûl pr’ària, cumpàgn a ’na parpàja,
e la gênta la t’ vèd, la s’imbarbàja
e la t’ völ augurâr: ’Bûn cumpleàn’!
Te t’ê cme un angiulîn ch’al gîra in cêl,
ch’al smöv l’ària d’i’ ricôrd, d’ la nustàlgìa.
I’ arvèd persûni, stòrji, ’na famìa,
sfumâdi int i ricôrd, cmé sùta a un vêl.
Adès che t’ê chersû dàt mu’ da fâr,
sêrca d’ la gênta interesâda e atênta.
Spiêga a chî ch’i’ gh’han vöja d’ascultâr
che ’l dialèt l’interèsa a tânta gênta.
Invidji in ca’, fàj sèdr’ avšîn al fuglâr,
dìgh che ’l dialèt a n’ se pöl mia scurdâr!
(scritta per il primo compleanno del sito
il 13 marzo 2013)
Caro il mio pupattolo, è già un anno
che voli in aria come una farfalla,
e la gente ti vede, resta abbagliata,
e ti vuole augurar: Buon compleanno!
Sei come un angioletto che gira in cielo,
che smuove l’aria dei ricordi, della nostalgia.
Rivedo persone, storie, una famiglia,
sfumate nei ricordi, come sotto un velo.
Ora che sei cresciuto datti da fare,
cerca gente interessata e attenta.
Spiega a coloro ch’han voglia d’ascoltare
che il dialetto interessa a tanta gente.
Invitali ad entrare, falli accomodare vicino al focolare
e di’ loro che il dialetto non si può dimenticare!

Etimologia

Da qualche tempo ogni numero del mensile Tuttomontagna ospita una mia rubrica dedicata all'etimologia dei termini dialettali.

Qui ho raccolto tutte le puntate precedenti: l'ultima la potete leggere nel numero attualmente in edicola.

I numeri precedenti li potete trovare qui:

Numeri dall'1 al 10

Numeri dall'11 al 20

Numeri dal 21 al 26

Numero 27

Numero 28

Numero 29

Numero 30

Numero 31

Numero 32

Numero 33

Numero 34

Numero 35

Numero 36

Numero 37

Numero 38

Numero 39

Numero 40

Numero 41

Numero 42

Numero 43

Numero 44

Numero 45

Numero 46

Numero 47

Numero 48

Numero 49

Numero 50

Numero 51

Numero 52

Numero 53

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