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La voce

del tassobio

La Casa del Mio Dialetto

 

  • La Casa-Torre di Castellaro

     

    Questo sito, nato nel marzo del 2012 e oggi rinnovato, è dedicato a chi ama il dialetto e crede che sia giusto salvarlo. Qualsiasi dialetto.
    Il mio è quello della Val Tassobio, che si trova sull'appennino di Reggio Emilia.
    Alla lingua della mia terra ho dedicato anni di studio, ricerche e pubblicazioni.
    Ho deciso di condividerle con tutti, per salvare una storia che rischia di scomparire.
    Essendo il dialetto un fenomeno principalmente orale, ho voluto fornire strumenti moderni per farne conoscere e comprendere non solo la grafia, ma anche la fonetica.

     
  • La Casa-Torre di Castellaro

     

    Questa è la vallata dominata dal Castellaro, la casa a torre che potete vedere nella foto a fianco.
    Si trova nel comune di Vetto d'Enza, ed è la culla storica della famiglia Rabotti, il luogo da dove veniamo e dove abbiamo organizzato nel corso degli ultimi vent'anni rassegne poetiche, mostre e feste popolari.

     

L'ultima Novità

  • 15 Preghiere

    (Foto di Erio Pigoni, p. g. c.)

    15 – Le preghiere delle nonne -

    Sono le preghiere non canoniche che il popolo si è creato a proprio uso e consumo, basandosi molto sulle proprie esigenze, sfruttando la catechesi del tempo, rischiando, a volte, di rasentare l’eresia, seppure in buona fede.

    La preghiera una volta occupava molta parte del tempo non necessario al lavoro. Si pregava in casa, lungo il cammino, sostando un attimo davanti alle maestà, mentre ci si arsorava, e calcolando le distanze in base al “Bene” che si riusciva a recitare.

     

    Al Bên è la preghiera utilizzata per rivolgersi direttamente a Dio con le formule imparate direttamente in casa o a catechismo (A dottrina). Si tratta, insomma, delle formule canoniche approvate dalla Chiesa (Pater, Ave, Gloria, Credo), o di quelle imparate dai nonni.

    Gli Urasiûn invece sono componimenti poetici, abbastanza prolissi, che narrano la vita di Santi, episodi della Passione, istruzione religiosa. Non è da escludere che questi componimenti avessero anche finalità di questua, oltre a quello di istruire ed edificare il pubblico.

    MADUNÎNA CÂRA, CÂRA

    Questa preghiera ha molte versioni; viene adattata a luoghi o a persone, ricordata approssimativamente, ricomposta quando la memoria non basta più.

    Madunîna câra, câra,

    imprestêm la vostra scâla

    ch’i’ ho d’andâr in Paradîš

    a sercâr San Luì-g.

    San Luì-g l’era môrt,

    la Maduna l’era int l’ôrt

    a sercâr di gelsumîn

    da purtâr al su’ Bambîn.

    Nostre Sgnûr quand al nasîva,

    túta la tera la fiurîva.

    E i’ angiulîn a cantâr,

    e la Madùna a predicâr.

    Nostre Sgnûr l’era in snuciûn

    ch’al cantêva l’urasiûn.

    Piên ad rôši, piên ad fiûr,

    la Pasiûn ed Nostre Sgnûr.

    15 bis Madonna di fontanellatoMadonna di Fontanellato, molto venerata anche da noi

    AL BÊN D’ NADÂL

    (Madunina bela, bela,

    che d’in cêl l’è) gnûda in tera,

    l’ha purtâ stu bel bambîn,

    bianch e rùs e risulîn.

    La Madùna la l’ha purtâ,

    San Giuvàn a l’ha badšâ,

    ...a l’ha badšâ in Betlèm...

    sensa fàsi né mantèl

    da fasâr cul Gesú bel.

    Gesú bel, Gesú, Maria,

    i’ v’dàgh al cör e l’anma mia.

    [Registrata dalla voce di Elma Rossi in Rabotti di Gombio, nell’ottobre 1993]

  • 14 Castagne

     

     

    14 – Qualche altro proverbio (IIIª)

    Il contadino comincia ad osservare il grano. Sa che, se tutto fila liscio,

    Per Santa Crûš / al furmênt l’é spigûš.

    [Per Santa Croce (3 maggio) il grano ha la spiga].

    Ma se piove sarà dannoso alla campagna:

    S’ piöv al dì d’ Santa Crûš / a va a falìdi ‘l nûš.

    [Se piove il giorno di Santa Croce vanno fallite le noci]

    Per poi arrivare all’esasperazione:

    S’a piöv per l’Asensiûn / t’ pêrd la ‘mbrènda e la clasiûn.

    [Se piove per l’Ascensione perdi la merenda e la colazione].

    Poi si avvicina il periodo cruciale:

    Per San Švàn al furmênt l’é da tajâr / e la cavajunâra da fâr.

    [Per San Giovanni il grano deve essere mietuto

    e si deve preparare la bica dei covoni].

    La mietitura al momento giusto è importante:

    Se t’ vö tânta farîna / méd la spîga quand la strîna.

    [Se vuoi molta farina mieti quando la spiga è arida].

    È vero, il grano non ha bisogno di pioggia, anzi ! Ma l’uva si:

    A San Pêder, s’a spiuvšîna,

    a s’ rimpìsa la cantîna.

    [Se pioviggina per San Pietro si riempie la cantina].

    Una volta sistemato il grano bisogna curare anche il foraggio per il bestiame:

    Per Santa Madalêna (22 luglio) / la tèša la völ piêna.

    [Per Santa Maddalena il fienile deve essere già pieno].

    Chî ch’a sàpa la vîda al prìm d’Agùst

    a San Martîn al srà piên ad mùst.

    [Chi zappa la vite il primo giorno di agosto

    a San Martino sarà pieno di mosto].

    L’aqua agustâna / la fa crèser la castâgna.

    [L’acqua agostana fa crescere la castagna].


  • 13 – Qualche proverbio (IIª)

    Quand a vên l’Epifania / túti ‘l festi la pôrta via,

    fin ch’a n’ rîva San Bendèt / ch’a n’in pôrta un bel sachèt.

    [L'Epifania porta via tutte le festività, finché non arriva San Benedetto –

    che ne porta un bel sacchetto].

    Di per sé l’epifania è l’ultima delle festività natalizie, ma dà anche inizio al periodo di Carnevale. L’epifania, quindi, conclude le festività ufficiali, ma intanto guardiamo avanti perché arriveranno quelle del periodo pasquale, (un bel sacchetto) normalmente dopo la metà di marzo. E S. Benedetto un tempo si festeggiava il 21 marzo, inizio della primavera.

    Šnâr al fa i punt / Fervâr a i rump,

    Mârs a i porta via, / Avrîl sûga la via.

    [Gennaio fa i ponti (col ghiaccio) - febbraio li rompe, (li scioglie)

    marzo li porta via (finisce di sciogliere la neve), - aprile asciuga la via].

    È un po’ l’evoluzione del tempo nei quattro mesi: gennaio è ancora freddo, febbraio comincia a fare meglio, marzo completa il disgelo, in aprile ci sarà bel tempo.

    Quand a vên la Candelora / da l’invêrne i’ sèma föra.

    [Quando arriva la candelora siamo fuori dall’inverno].

    Ma s’a bàt al sûl int la candlîna / a tûrna târdi la rundanîna.

    [Ma se il sole batte sulla candelina / torna tardi la rondine].

    Il 2 febbraio è uno dei tanti giorni presi come riferimento dell’andamento del tempo. La data dovrebbe determinare il passaggio dal rigore invernale al tepore primaverile. Ma quel giorno dovrebbe essere brutto.

    S’a piöv a Fervâr / a s’ rimpìsa al granâr!

    [Se piove in febbraio si riempie il granaio].

    Febbraio è comunque un mese di cui è meglio non fidarsi:

    Fervâr cúrt, cúrt / l’è pêš che un túrch.

    [Febbraio corto corto è peggiore di un turco].

    Fervâr, Fervarîn / làsa stâr i cuntadîn.

    Fervâr, Fervarìa / tú-c i dì ‘na malatìa.

    [Febbraio, febbraiuccio, lascia stare i contadini.

    febbraio, febbrarìa, ogni giorno una malattia].

    Tempo instabile, pioggia o vento, anche qualche residuato di neve non debbono impressionare. Passano presto:

    La nēva marsulîna / la dûra da la sîra a la matîna!

    [La neve di marzo dura dalla sera al mattino].

    Prudenza, comunque! Non si sa mai.

    Chî ch’a gh’ha un sòch int al curtîl / ch’al le tìgna per Mars o Avrîl!

    [Chi ha un bel ceppo nel cortile - lo conservi per marzo e aprile].

    Ed ecco il mese della primavera!

    Lûna növa d’Avrîl / s’a n’é fiurî l’è adrê fiurîr!

    [Luna nuova d’aprile: se non è fiorito sta per fiorire].

    E quella pioggia al momento giusto è benedetta:

    Quand a piöv d’Avrîl / manìsa un bel barîl.

    [Quando piove in aprile prepara un bel barile].

BÛN CUMPLEÀN, SITULÎN!

Câr al mi’ fagutîn, l’é bèli un àn
che t’ vûl pr’ària, cumpàgn a ’na parpàja,
e la gênta la t’ vèd, la s’imbarbàja
e la t’ völ augurâr: ’Bûn cumpleàn’!
Te t’ê cme un angiulîn ch’al gîra in cêl,
ch’al smöv l’ària d’i’ ricôrd, d’ la nustàlgìa.
I’ arvèd persûni, stòrji, ’na famìa,
sfumâdi int i ricôrd, cmé sùta a un vêl.
Adès che t’ê chersû dàt mu’ da fâr,
sêrca d’ la gênta interesâda e atênta.
Spiêga a chî ch’i’ gh’han vöja d’ascultâr
che ’l dialèt l’interèsa a tânta gênta.
Invidji in ca’, fàj sèdr’ avšîn al fuglâr,
dìgh che ’l dialèt a n’ se pöl mia scurdâr!
(scritta per il primo compleanno del sito
il 13 marzo 2013)
Caro il mio pupattolo, è già un anno
che voli in aria come una farfalla,
e la gente ti vede, resta abbagliata,
e ti vuole augurar: Buon compleanno!
Sei come un angioletto che gira in cielo,
che smuove l’aria dei ricordi, della nostalgia.
Rivedo persone, storie, una famiglia,
sfumate nei ricordi, come sotto un velo.
Ora che sei cresciuto datti da fare,
cerca gente interessata e attenta.
Spiega a coloro ch’han voglia d’ascoltare
che il dialetto interessa a tanta gente.
Invitali ad entrare, falli accomodare vicino al focolare
e di’ loro che il dialetto non si può dimenticare!

Etimologia

Da qualche tempo ogni numero del mensile Tuttomontagna ospita una mia rubrica dedicata all'etimologia dei termini dialettali.

Qui ho raccolto tutte le puntate precedenti: l'ultima la potete leggere nel numero attualmente in edicola.

I numeri precedenti li potete trovare qui:

Numeri dall'1 al 10

Numeri dall'11 al 20

Numeri dal 21 al 26

Numero 27

Numero 28

Numero 29

Numero 30

Numero 31

Numero 32

Numero 33

Numero 34

Numero 35

Numero 36

Numero 37

Numero 38

Numero 39

Numero 40

Numero 41

Numero 42

Numero 43

Numero 44

Numero 45

Numero 46

Numero 47

Numero 48

Numero 49

Numero 50

Numero 51

Numero 52

Numero 53

Numero 54

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Doriano Rabotti

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