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La voce

del tassobio

La Casa del Mio Dialetto

 

  • La Casa-Torre di Castellaro

    Questo sito, nato nel marzo del 2012 e oggi rinnovato, è dedicato a chi ama il dialetto e crede che sia giusto salvarlo. Qualsiasi dialetto.

    Il mio è quello della Val Tassobio, che si trova sull'appennino di Reggio Emilia.

    Alla lingua della mia terra ho dedicato anni di studio, ricerche e pubblicazioni.

    Ho deciso di condividerle con tutti, per salvare una storia che rischia di scomparire.

    Essendo il dialetto un fenomeno principalmente orale, ho voluto fornire strumenti moderni per farne conoscere e comprendere non solo la grafia, ma anche la fonetica.

     
  • La Casa-Torre di Castellaro

    Questa è la vallata dominata dal Castellaro, la casa a torre che potete vedere nella foto a fianco.

    Si trova nel comune di Vetto d'Enza, ed è la culla storica della famiglia Rabotti, il luogo da dove veniamo e dove abbiamo organizzato nel corso degli ultimi vent'anni rassegne poetiche, mostre e feste popolari.
     

L'ultima Novità

  • Compiano e il prete calvo

    Il vescovo lo aveva nominato parroco di Compiano. Si chiamava Don Zani, fresco di ordinazione. Quell’isolamento dal mondo, quella solitudine era una promozione o un castigo? Fin dal seminario don Zani nutriva un forte richiamo per la musica a tal punto che dubitò se proseguire la carriera ecclesiastica o passare al conservatorio. Ne parlò col padre spirituale, e questi gli fece capire che le due cose non erano contraddittorie. Anzi, avrebbe potuto istituire una affiatata Schola cantorum capace di nobilitare la celebrazione delle sacre funzioni.

    Ma a Compiano don Zani si dedicò con tutte le forze ad un apostolato proficuo, a tal punto che ben presto la comunità lo considerò "Uno di noi", come dicevano gli uomini. Ma a Compiano non c'era l'harmonium. E Don Zani non tralasciò alcun sacrificio pur di acquistarlo, anche se la sua attenzione era rivolta più alla povera gente che alla musica.

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  • Brìch d'ariöl

    Ogni paese ha la sua macchietta. Lo chiamavano Brìch non so se per la sua cocciutaggine o per altri motivi. Era di Ariolo, vicino a Pianzo, e di mestiere faceva il boscaiolo. Per lavorare meglio si era anche comperato un manarino nuovo (segröl). Ma un brutto giorno lo smarrì e a nulla valsero le ricerche. Non sapendo più cosa fare si recò dal parroco chiedendogli di fare un appello durante la predica domenicale. Ma anche il parroco era un tipo sui generis, ironico e forse anche burlone, che conosceva bene le sue “pecorelle”. La domenica seguente lanciò l'appello, ma in questa forma:

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  • VÈNERE o VENÈRA?

    Il nome potrebbe avere a che fare con la dea Vènere, anche se oggi si pronuncia in altro modo. La corruzione di un termine nella parlata dialettale è frequente.

    Di leggende ogni borgo ha le sue. E queste si perdono nella notte dei tempi, così si giustifica l’imprecisione nel racconto e le variazioni di chi le ripete. Quale è il borgo che non ha avuto un famoso castello anche se non se ne vedono le tracce? Monte Venèra di leggende ne ha una speciale, impastata di poesia e di storia, di realtà e fantasia.

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  • Mi’ marî l’é Luigîn,

    l’é un pô cìch ma al gh’ha i sbafjîn;

    al gh’ha ‘l capèl cun la piúma

    al càta al bûš sensa la lúma. (La talpa)

    Mio marito si chiama Luigi, è piccoletto, ma ha i baffi;

    ha il cappello con la piuma e trova il buco senza lume.

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  • Al và šù ridènd,

    al tûrna sú pianšènd.

    Scende ridendo, risale piangendo.   (Il secchio nel pozzo)

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  • Ciciarumbèla al gh’aîva un cavàl

    biânch e rùs e vèrd e šàl

    e tú-c i dì gh’ dêva la pimpinèla,

    viva l’amore di Ciciarumbèla.

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  • A, BÊ, CÊ, DÊ

    A, bê, cê, dê,

    ciàpa l’àši pr’i pê,

    ciàpal’âši per la cùa,

    tîrtle adrê fîn a ca’ tua.

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  • Le filastrocche hanno uno scopo prettamente didattico: inculcare nel piccolo la voglia di imparare; facilitare l’apprendimento mediante formule facili, con rime, musicalità, concetti semplici; dare loro la certezza che quelle norme, descritte in modo ludico, sono basilari per il comportamento; servirsi delle filastrocche per controllare se la mente del piccolo è aperta, normale, o presenta qualche carenza.

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  • Per scongiurare la grandine

    L’uomo si sente debole e indifeso di fronte ai fenomeni naturali. Per questo demanda ad altri esseri il compito di placare le divinità adirate e di mantenerle propizie. La cosa diventa, naturalmente, devozione (de-voveo = faccio voto), che può essere vista come dedizione o come paura. Tutto l’ambiente circostante è abitato da innumerevoli entità che sfuggono al controllo umano, perciò conviene tenersele buone, non irritarle oppure evitarle. Ecco alcune soluzioni per difendersi dalla grandine:

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  • Cosa si intende per Superstizione

    Ufficialmente è: “Attribuzione a cause soprannaturali di fenomeni spiegabili razionalmente”.  E aggiunge: “Credenza basata su ignoranza e suggestione”. Cicerone considerava superstizione l’atteggiamento di chi “importuna continuamente gli dei con voti e sacrifici per mantenere sani e salvi i propri figli”. E le definiva superstitiones aniles = superstizioni da vecchiette. In conclusione possiamo accettare la definizione di una paura verso eventi che superano il percorso naturale, ma che si possono spiegare razionalmente.

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BÛN CUMPLEÀN, SITULÎN!

Câr al mi’ fagutîn, l’é bèli un àn
che t’ vûl pr’ària, cumpàgn a ’na parpàja,
e la gênta la t’ vèd, la s’imbarbàja
e la t’ völ augurâr: ’Bûn cumpleàn’!
Te t’ê cme un angiulîn ch’al gîra in cêl,
ch’al smöv l’ària d’i’ ricôrd, d’ la nustàlgìa.
I’ arvèd persûni, stòrji, ’na famìa,
sfumâdi int i ricôrd, cmé sùta a un vêl.
Adès che t’ê chersû dàt mu’ da fâr,
sêrca d’ la gênta interesâda e atênta.
Spiêga a chî ch’i’ gh’han vöja d’ascultâr
che ’l dialèt l’interèsa a tânta gênta.
Invidji in ca’, fàj sèdr’ avšîn al fuglâr,
dìgh che ’l dialèt a n’ se pöl mia scurdâr!
(scritta per il primo compleanno del sito
il 13 marzo 2013)
Caro il mio pupattolo, è già un anno
che voli in aria come una farfalla,
e la gente ti vede, resta abbagliata,
e ti vuole augurar: Buon compleanno!
Sei come un angioletto che gira in cielo,
che smuove l’aria dei ricordi, della nostalgia.
Rivedo persone, storie, una famiglia,
sfumate nei ricordi, come sotto un velo.
Ora che sei cresciuto datti da fare,
cerca gente interessata e attenta.
Spiega a coloro ch’han voglia d’ascoltare
che il dialetto interessa a tanta gente.
Invitali ad entrare, falli accomodare vicino al focolare
e di’ loro che il dialetto non si può dimenticare!

Etimologia

Da qualche tempo ogni numero del mensile Tuttomontagna ospita una mia rubrica dedicata all'etimologia dei termini dialettali.

Qui ho raccolto tutte le puntate precedenti: l'ultima la potete leggere nel numero attualmente in edicola.

I numeri precedenti li potete trovare qui:

Numeri dall'1 al 10

Numeri dall'11 al 20

Numeri dal 21 al 30

Numeri dal 31 al 40

Numeri dal 41 al 50

Numeri dal 51 al 55

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