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La voce

del tassobio

L'importanza del dialetto

8 – Ma il dialetto è davvero importante?

Questa domanda mi fu rivolta durante la presentazione del Vocabolario dialettale a Cervarezza (estate 2010). Propongo una contro-domanda: Perché studiamo ancora il latino, il greco antico e altre lingue morte da millenni? Spero che la risposta sia: per i contenuti che esse ci tramandano. Solo qualche parola su questo tema. Un discorso di approfondimento lo si potrà fare meglio in altra sede.

Il nostro dialetto diventa importante quando ci rendiamo conto che ha tanti contenuti validi ancora oggi, in una società che sta vorticosamente cambiando, continuamente distratta dalle novità e propensa a dimenticare le cose dette o sentite solo ieri. E quelli del dialetto sono i valori sempre validi, anche col mutare della società: onestà, laboriosità, tolleranza reciproca, solidarietà, rispetto.

Dopo un lungo periodo in cui parlare in dialetto, parlare del dialetto, o solo interessarsene, sembrava umiliante, oggi assistiamo ad un costante e crescente interesse per la parlata dei nostri avi. Ci sono compagnie di teatro dialettale, Concorsi, Ricerche, Siti sui media che studiano il dialetto sotto aspetti diversi, e pubblicazioni che ne rivendicano i valori sociali, come vedremo in seguito. Il fenomeno della riscoperta del dialetto deriva, a mio parere (ma non solo mio), da due costatazioni:

  1. L'esigenza di riappropriarci di un patrimonio geneticamente nostro, e del quale siamo stati defraudati in modo subdolo”, più o meno decettivo, in nome di una istruzione pianificata a livello di nazione, ma anche appiattita, come qualità, al livello più basso. [Cfr.: Lombardi-Satriani citato in LE PARLATE DELL’EMILIA E DELLA ROMAGNA, di G. Bellosi e G. Quondamatteo – Ed. Del Riccio, 1979, pag. 7];

  1. La voglia intima di sapere da dove veniamo e chi siamo, di ritrovare la nostra identità, le radici, la specificità di un popolo, di una razza. E questo non significa chiuderci in noi stessi, ridurre i propri orizzonti, ma solo approfondire le proprie origini anche per comprendere meglio noi e chi ci sta vicino.

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(Foto T. Lodi p. g. c.)

C’è ancora gente (purtroppo anziana) che si rifugia nelle espressioni dialettali per raccontarsi, per consolarsi, per farsi capire! Per costoro il dialetto è la lingua viva, quella confidenziale, quella di tutti i giorni, quella, insomma, che ti conserva le amicizie e ti aiuta a restare a galla, demandando all’italiano il compito di risolvere i problemi burocratici.

E poi ci siamo noi, gente entrata nel ventunesimo secolo, che siamo ancora intrisi di espressioni nate e cresciute in campagna, poi passate al quotidiano di tutti. Espressioni che ormai non conservano più il valore iniziale, di quando sono state coniate, o perché non si compiono più quei gesti o perché non esistono più gli utensili e la possibilità di vedere dal vivo quanto affermato. Ad esempio: andar fuori dal seminato, tirarsi la zappa sui piedi, chiudere la stalla dopo che i buoi sono fuggiti; far sotto come le patate, ecc.

Perché abbiamo abbandonato il dialetto?

Anche in questo caso vi sono due motivazioni.

La prima è di carattere psicologico: dopo la scolarizzazione il dialetto restava la lingua dei poveri, dei perdenti, quindi si tentava di parlare italiano per camuffare la propria origine contadina.

La seconda causa (strano, ma vero!) è stata l’istruzione pubblica. Con la scuola obbligatoria si credeva di unire gli italiani anche mediante una unica lingua nazionale. Ci hanno costretti a parlare italiano (e questo, di per sé, non è un male), ma ci hanno anche spinti a considerare il dialetto un linguaggio da screditare. Così abbiamo sacrificato il dialetto ma, dopo oltre 156 anni, non parliamo ancora bene neppure l’italiano.

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