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La voce

del tassobio

Superstizioni I

Cosa si intende per Superstizione

Ufficialmente è: “Attribuzione a cause soprannaturali di fenomeni spiegabili razionalmente”.  E aggiunge: “Credenza basata su ignoranza e suggestione”. Cicerone considerava superstizione l’atteggiamento di chi “importuna continuamente gli dei con voti e sacrifici per mantenere sani e salvi i propri figli”. E le definiva superstitiones aniles = superstizioni da vecchiette. In conclusione possiamo accettare la definizione di una paura verso eventi che superano il percorso naturale, ma che si possono spiegare razionalmente.

Medicina empirica e superstizione

Sono talmente intrecciate tra di loro le due cose da non riuscire a distinguere dove iniziano e dove terminano, dove vi sia una possibilità di separazione tra di esse.

Gli Etruschi, pur nel mistero della loro origine e della loro lingua, venivano considerati esperti nell’uso terapeutico delle erbe, delle acque termali, ed erano all’avanguardia nella medicina pratica (con interventi chirurgici e costruzione di strumenti idonei).  I Romani si servivano delle conoscenze dei medici etruschi. I quali medici, probabilmente, non disdegnavano circondarsi di un alone di mistero e di formule segrete. Con l’affermarsi del cristianesimo si cercò di separare la magia e la superstizione dalla medicina. E, col sorgere e l’affermarsi dei monasteri, la medicina prese un nuovo corso, soprattutto rivolta all’assistenza verso i poveri, i viandanti, gli ammalati. A fianco delle infermerie, degli ospedali, degli ospizi, compare la figura del medico-ricercatore, che studia soluzioni nuove ma si avvale anche delle conoscenze di altri popoli e le comunica agli apprendisti, agli scolari.

Venendo al pratico cito alcuni esempi di superstizioni registrate nel territorio reggiano ma, credo, presenti anche altrove fino a qualche decennio fa.

L’uomo primitivo ha un rispetto-timore verso i fenomeni naturali, tanto da inventarsi una divinità che presieda o risponda di ogni evento o fenomeno, e a volte attribuisce alle piante un’anima sensibile. La figura più diffusa fra le entità capaci di influire sul comportamento o sulla salute delle persone è quella delle Streghe.

Streghe, o Strie

Il luogo ove, nel reggiano, si sarebbero incontrate le streghe era il Passo di Pradarena. Ad imbattersi in loro erano coloro che dovevano attraversare il crinale, i quali, quando andava loro bene, rientravano a casa senza una lira e immemori dell’accaduto.

Per scongiurare l’influsso delle streghe si chiedeva al parroco una benedizione particolare. I giovani non andavano dalla morosa il giovedì sera.

Come identificare le streghe? Ci si poneva in un crocicchio col mento e le mani appoggiate ad un nodoso bastone e si aspettava... e se per caso giungeva una vecchia la si percuoteva col bastone.

 

 

Modi di dire

 

Ci si vede (Ci sono i fuochi fatui). fuochi fatui sono fiammelle solitamente di colore blu che si manifestano a livello del terreno in particolari luoghi come cimiteri, le paludi e gli stagni nelle brughiere. Il periodo migliore per osservarli parrebbe essere nelle calde sere d'agosto. Si tratta di fiammelle derivate dalla combustione del metano e del fosfano dovuta alla decomposizione di resti organici.

Le leggende sui fuochi fatui sono moltissime. Nell'antichità si ritenevano la imostrazione dell'esistenza dell'anima. Alcune popolazioni nordiche invece credevano che seguendoli si trovasse il proprio destino Gli antichi egizi credevano invece che più una persona era stata "buona" nella sua vita terrena, tanto più il suo Akh (il Luminoso, parte dell'anima di una persona secondo la religione egizia) si illuminava, dando origine a quelli che oggi chiamiamo fuochi fatui.

Ci si sente (Vi sono rumori strani).

Chi fila la sera di Sant’Antonio abate fila la barba del santo (non realizza, lavora inutilmente).

Chi si pettina il giorno dell’Ascensione tutto l’anno avrà i pidocchi.

 

Chi compera l’aglio per San Giovanni sarà ricco tutto l’anno.

31 – Leggende IIIª

Compiano e il prete calvo

Il vescovo lo aveva nominato parroco di Compiano. Si chiamava Don Zani, fresco di ordinazione. Quell’isolamento dal mondo, quella solitudine era una promozione o un castigo? Fin dal seminario don Zani nutriva un forte richiamo per la musica a tal punto che dubitò se proseguire la carriera ecclesiastica o passare al conservatorio. Ne parlò col padre spirituale, e questi gli fece capire che le due cose non erano contraddittorie. Anzi, avrebbe potuto istituire una affiatata Schola cantorum capace di nobilitare la celebrazione delle sacre funzioni.

Ma a Compiano don Zani si dedicò con tutte le forze ad un apostolato proficuo, a tal punto che ben presto la comunità lo considerò "Uno di noi", come dicevano gli uomini. Ma a Compiano non c'era l'harmonium. E Don Zani non tralasciò alcun sacrificio pur di acquistarlo, anche se la sua attenzione era rivolta più alla povera gente che alla musica.

Un giorno capitò in canonica una elegante signora che chiese al sacerdote di ospitare il proprio figlio bisognoso di aria sana e di lezioni di violino. E il sacerdote immaginò per un istante come potevano essere più belle le sacre cerimonie. Ciò però lo distrasse dall'apostolato impegnato che lo distingueva. Quando se ne rese conto sopraggiunsero gli scrupoli. L'applicazione alla musica era una tentazione del diavolo? E una notte... 

Stava attraversando il sagrato quando "vide la finestra della sua camera spalancata e un suonatore di violino appoggiato al davanzale".  Ma non era l'allievo. Più cercava di inquadrarlo più il volto di quell'individuo si trasformava fino a mostrare sulla fronte le corna e dalla bocca emetteva lingue di fuoco. "Il povero prete agghiacciò di spavento. Ebbe, tuttavia, la forza di farsi il segno della croce e la terrificante visione sparì".

Da allora il sacerdote visse di ossessioni, quasi sempre racchiuso in canonica nonostante l'invito insistente della governante perché si nutrisse e ritornasse ad una vita normale. Una sera, mentre stava seduto vicino al focolare, udì uno straziante grido di donna mentre il temporale infuriava. Credette che si trattasse un'altra volta del demonio.  Si portò le mani al capo ma non c'erano più capelli. [Da: LEGGENDE DELL'APPENNINO, di Quinto Veneri, Reggio E. 1962]

La casa del vento

Su una collina che sorge di fronte alla chiesa di Compiano ci sono i resti di una casa. Vi abitava un modesto e onesto lavoratore che non risparmiava sacrifici per mantenere la famiglia. Questa viveva serena fino al giorno in cui il figlio maggiore, Giacomo, se ne andò a Parigi. Qui, con una certa intraprendenza, iniziò ad accumulare denaro, ma ciò gli impedì di essere presente al matrimonio delle sorelle e al funerale della madre. Scoppiò la guerra e Giacomo fu costretto a ritornare a casa per salvare sé stesso e i soldi. A casa trovò solo il padre, stanco e sfinito, che, poco tempo dopo, raggiunse la moglie, e Giacomo si trovò solo. A cosa servivano le ricchezze accumulate? Non avevano più senso.

                                                                           

E anche la speranza di formare una propria famiglia venne sopraffatta dalle paure continue che qualcuno potesse sottrargli i beni accumulati. Anche la notte, nella solitudine, diventava un incubo interminabile. Un'idea strana gli venne in mente: accendere un fioco lumino nella camera e lasciare le imposte socchiuse in modo che la gente, da lontano, immaginasse che lassù vi fossero spiriti d'oltre tomba. E lo stratagemma ottenne l'effetto sperato. Ma dopo un temporale durato diversi giorni le luci scomparvero. E la gente scoprì l'inganno.  Da allora gli anziani del luogo sostengono che "la casa che sorge sull'alto del poggio di contro alla chiesa, in mezzo a tanto verde e rallegrata lontano dal biancheggiante greto dell'Enza, non è altro che la casa del vento".

[Da: LEGGENDE DELL'APPENNINO, di Quinto Veneri, Reggio E. 1962]

 

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