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La voce

del tassobio

La valle del Tassobio e gli scrittori

11 - La Valle del Tassobio e gli scrittori
L’elenco che propongo comprende scrittori noti nati nella Valle del Tassobio,
(alcuni anche di poca importanza, ma li cito perché anche loro hanno apportato la
loro pagliuzza!) e scrittori che, pur essendo nati altrove, ne hanno parlato, ne
hanno detto bene. Ve ne sono tanti altri che hanno scritto o scrivono sul nostro
territorio con libri o articoli su riviste. Non potendoli citare tutti suggerisco di
consultare il catalogo pubblicato su Redacon il 10 maggio 2013 (www.redacon.it
– articoli di Savino Rabotti), ove ne trovate più di mille. Ve ne saranno anche
altri, vivi o defunti, che non ricordo o non conosco. Se me li segnalate Vi
ringrazio.

 

11 Voce tassobio

 

2010 - Presentazione del Vocabolario dialettale a Sassuolo con il giornalista Leo Turrini e il Trio Canossa (Foto RS).

Albertini Normanna, nata a Soraggio di Gombio, ha già al proprio attivo una decina di libri che descrivono la vita di un tempo in val Tassobio;
Barani Mariarosa – Ha diversi componimenti sui mestieri e i panorami locali.
Biagini Eolo di Giandeto, ha scritto la poesia: ‘E Castlâr;
Borciani Arturo di Scandiano, con la poesia: Un furastêr al Castlâr;
Bussi Enrico: scrive sulle problematiche sociali della montagna;
Caprari Savina, di Reggio, con la poesia: Castel ed Castlêr;
Caroli Giovanna, di Casina, con molti libri e articoli su personaggio o eventi storici di Casina e della montagna;
Colli padre Brenno, di San Polo, cappuccino: ha una poesia su Crovara;
Del Rio Lina di Montecchio, con la poesia: Per Rabòt e la so’ famìa;
Fontana Enzo, di Selvapiana, vive a Montecchio. Ha poesie e satire ambientate a Castellaro e Donadiolla, in lingua e dialetto;
Govi Ave, originaria di Meruzzo di Villa, con: La cûrta antîga; Tra cênt’àn chì; Bûn cumpleàn, puešìa;
Gregori Giorgio, di Casina. Ha monografie e studi su luoghi (Pianzo) e personaggi della vallata;
Grisanti Lidia di Vezzano, con: La cà a tòra ‘d Castellaro; Un apuntaméint importânt;
Guidetti Eufranio: era di Mulino Zannoni. Di lui ci resta una satira incompleta;
Guidetti Ricciardo di Mulino Zannoni, con satire ambientate a Gombio, Leguigno e Vedriano. Scrive in italiano, ma con concetti, mentalità e sintassi dialettali;
Musi Germano: è di Ciano d’ Enza. Ha scritto due canzoni su Castellaro;
Riccò Orio, di Canali di Albinea, con la poesia: A Castlêr l’è scupiê l’amòur… e l’Ode a Castellaro di Vetto;
Rosati Enrico, nato a Mulino Rosati, con la satira: La luce elettrica a Castellaro e testi di Maschere purtroppo non conservati;

Rossi don Giuseppe: era nato a Castellaro nel 1910. Fu parroco prima a Vaglie poi a Grassano. Ha pubblicato due volumi di poesie con una quindicina di testi che parlano di fatti e luoghi lungo il Tassobio;

Viappiani Ugo di Castelnovo, con la poesia: La fèsta dal Castlâr;
Zanetti Isaia, di Villaberza, con molte satire ambientate a Villaberza e dintorni.

C’è memoria anche di tre satirai di Vedriano sui quali non ho altre informazioni: un certo Del Rio, uno detto Il topo di Casaboschi, e un Olmi.
Inoltre qualcosa hanno composto anche
Campani Domenico di Donadiolla (una satira sulle elezioni del 1993);

un certo Fracassi delle Ottole di Gombio (componeva filastrocche per bambini);
Fracassi Dino (Gombio): ha alcuni simpatici componimenti in dialetto;
Fujîn di Legoreccio, di cui ci è rimasto un solo distico;
Giuliani Dino Alessandro: che viveva a La Pozza di Vetto. Collaborava con Enrico Rosati per i testi delle Maschere. Di lui è rimasta parte di una satira;
Manini Lino, di Pineto, con un paio di satire non conservate sui pinetani che andavano a foraggiare … oltre Enza;

e poi il maestro Pataccini, che ha insegnato a Pineto intorno al 1950 (La via nuova; La fontana di Maiola; Il casello di Strada). Di queste abbiamo solo frammenti. E ...
Primavori Roberta, coinvolta suo malgrado.

 

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Il dialetto è ancora vivo?

10 - Ma, oggi, davvero il dialetto è ancora vivo?

Direi proprio di sì. E vegeto. Come già accennato, me lo fa pensare il fatto che, negli ultimi decenni, si sono moltiplicati i concorsi di poesia dialettale, le compagnie di teatro dialettale, le ricerche sui dialetti.

Il concorso più prestigioso è quello abbinato alla Giarêda, a Reggio città, giunto alla 38ª edizione nel 2017; poi vengono quello di Castellaro, (13 edizioni, dal 1996 al 2008); quello di Vezzano (13 edizioni: dal 1999 al 2012); quello di Sant’Ilario (ancora attivo, giunto alla 11ª edizione); Selvapiana (5 edizioni dal 2009 al 2013); Pratissolo (ancora attivo, finora due edizioni). Per i concorsi citati esistono anche le antologie, alcune annuali (Castellaro, Selvapiana) altre biennali o triennali.

Vi sono poi antologie riservate a chi scrive prevalentemente in lingua, ma che ospitano anche testi in dialetto. Tra questi Un poco di noi e, quando c’erano, il Concorso di Carpineti e quello di Casina.

Oggi esistono “Siti” anche per il dialetto. Per alcuni ci si limita allo scambio di battute scritte in dialetto, senza pretese. Per altri invece si cerca di fare una ricerca basata anche sul contenuto scientifico dei vocaboli, della grammatica, della sintassi, sull’etimologia, sull’origine di certe espressioni (Parlòma ed dialètt – Parlòma in dialètt; Leones Prosperi).

Un lavoro fondamentale lo sta realizzando Daniele Vitali, di Bologna. La sua ricerca riguarda tutti i dialetti della Emilia-Romagna, paese per paese, ma con diversi sconfinamenti fuori regione ove esistono dialetti molto simili al nostro.

Ci sono poi alcuni giovani che hanno presentato la loro tesi di laurea su argomenti dialettali.

Ci sono state e ci sono ancora serate o pomeriggi dedicati al dialetto in diversi luoghi della montagna.

vocabolario

 

(foto R. S.)

In fine sono stati stampati due vocabolari del dialetto montanaro. Il primo è uscito nel 2010 e copre la fascia centrale dell’Appennino: Valle del Tassobio, Castelnovo, Carpineti (E. Biagini – S. Rabotti – C. Santi VOCABOLARIO DEI DIALETTI DEL MEDIO APPENNINO REGGIANO - Ass. Scrittori reggiani – 2010). Il secondo, uscito nel 2017, è opera di Pier Giorgio Ferretti, VOCABOLARIO DEL DIALETTO COLLAGNESE – Parlàmma in dialàtt - Ass. Scrittori reggiani – 2017, e riguarda in particolare il dialetto di Collagna e Cerreto Alpi.

C’è poi il mensile Tuttomontagna che ospita spesso articoli dedicati al dialetto, e la mia rubrica fissa sulla etimologia delle principali parole dialettali del nostro ambiente, al momento giunta alla 58ª puntata.

Posso essere ottimista e pensare che il nostro dialetto sia come i gatti che hanno sette vite? Forse cambierà qualcosa, ma il dialetto sopravviverà. Perché il terreno ove è radicato è buono e genuino, come la gente che lo parla!

Poi, per quel che ci riguarda, ricordiamo: Ciò che abbiamo ricevuto (istruzione e formazione), non lo abbiamo ricevuto solo per noi ma lo dobbiamo restituire (con gli interessi) a chi verrà dopo di noi.

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Il dialetto è una lingua?

9 – Il dialetto è una lingua?

Per definizione una lingua “È l’insieme delle regole grammaticali e dei vocaboli mediante i quali una comunità riesce a comunicare”.

In pratica anche il dialetto è una lingua. Lo era già quando le attuali lingue nazionali emettevano i primi balbettii. Perché anche il dialetto è un mezzo di comunicazione generale, che ha caratteristiche specifiche per ogni singola zona, che si conforma all’ambiente (pianura/montagna) e al fisico delle persone (carattere, voce, corpo), ha una sua grammatica basata più sulla logica che sulle regole scritte; ha una base generale che è il latino, ma con innesti da altre parlate.

Il dialetto ha poi una sua produzione letteraria che abbraccia tutti gli aspetti dell’esistenza e del sociale, e si esprime con forme letterarie, come le lingue ufficiali.

 

9Maestra a Castellaro

(da Google)

Queste Forme letterarie sono:

la Poesia, che serve ad esprimere le sensazioni intime, oggi molto usata e sentita;

la Satira, che ridicolizza i vizi della gente per correggerli (Castìgat ridèndo mòres);

i Proverbi, cioè un insieme di massime che racchiudono secoli di osservazioni;

le Preghiere: quando si è disperati a chi ci si rivolge?

il Sonetto, un elaborato in rima per festeggiare sposi novelli, anniversari di

matrimonio, l’ordinazione di un sacerdote, una laurea, eventi, ecc...

gli Indovinelli, a volte normali, a volte a doppio senso;

i Non senso e gli Scioglilingua;

le Filastrocche didattiche o per giocare;

le Conte e i giochi eseguiti al ritmo di filastrocche;

le Formule di catechismo per imparare meglio il testo e i concetti;

le Maschere, commedie in rima, rappresentate a carnevale da gruppi spontanei

ambulanti, legati a fatti quasi sempre scabrosi, o comunque degni di attenzione;

gli Stornelli, duelli giocosi sulle qualità canore e letterarie. (quasi sempre in italiano).

gli Strambotti, o Dispetti, che spesso erano un modo di canzonare le ragazze

vanitose o i maschietti presuntuosi.

i Maggi drammatici, tipici del crinale, veri capolavori di drammaticità, con

una musica martellante, testo in rima obbligata, e una scenografia caratteristica;

il Cantamaggio, (si svolgeva nella notte tra il 30 Aprile e il 1° 1Maggio), per fare la

serenata alle ragazze da marito;

le Cantate, che, normalmente, erano storie vere messe in rima e in musica, cantate

nei mercati o nelle fiere per raccogliere oboli;

le Passioni: storie di Santi, della vita di Gesù e della Madonna.

Scena del Maggio Drammatico ancora molto vivo nell’alto Appennino.

(Da Maggio drammatico a Villa Minozzo)

I dialetti non hanno nulla da invidiare alle lingue ufficiali. Anzi, molto spesso sono le lingue nazionali ad attingere alla parlata dialettale per migliorarsi e trasmettere sensazioni più forti, per darsi la carica.

Ma i dialetti hanno due cose negative:

la trasmissione solo orale e non scritta dei testi (e quindi col tempo

abbiamo perso una infinità di componimenti), e

l’essere stati abbandonati e rifiutati.

E quando abbiamo cominciato a ragionare sul nostro passato ci siamo accorti che, credendo di emanciparci, abbiamo gettato via i mobili autentici, piccoli capolavori di ingegno, per sostituirli con quelli anonimi in laminato di plastica. Abbiamo tolto di mezzo i veri valori del nostro passato sostituendoli con valori appariscenti ma effimeri. Cioè:

Cûn l’aqua spôrca d ‘ la bacinèla

i’ èm butâ via ânch al pîn ch’a gh’êra dénter.

[Con l’acqua sporca del catino abbiamo gettato via anche il

bambino che c’era dentro per lavarlo].

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L'importanza del dialetto

8 – Ma il dialetto è davvero importante?

Questa domanda mi fu rivolta durante la presentazione del Vocabolario dialettale a Cervarezza (estate 2010). Propongo una contro-domanda: Perché studiamo ancora il latino, il greco antico e altre lingue morte da millenni? Spero che la risposta sia: per i contenuti che esse ci tramandano. Solo qualche parola su questo tema. Un discorso di approfondimento lo si potrà fare meglio in altra sede.

Il nostro dialetto diventa importante quando ci rendiamo conto che ha tanti contenuti validi ancora oggi, in una società che sta vorticosamente cambiando, continuamente distratta dalle novità e propensa a dimenticare le cose dette o sentite solo ieri. E quelli del dialetto sono i valori sempre validi, anche col mutare della società: onestà, laboriosità, tolleranza reciproca, solidarietà, rispetto.

Dopo un lungo periodo in cui parlare in dialetto, parlare del dialetto, o solo interessarsene, sembrava umiliante, oggi assistiamo ad un costante e crescente interesse per la parlata dei nostri avi. Ci sono compagnie di teatro dialettale, Concorsi, Ricerche, Siti sui media che studiano il dialetto sotto aspetti diversi, e pubblicazioni che ne rivendicano i valori sociali, come vedremo in seguito. Il fenomeno della riscoperta del dialetto deriva, a mio parere (ma non solo mio), da due costatazioni:

  1. L'esigenza di riappropriarci di un patrimonio geneticamente nostro, e del quale siamo stati defraudati in modo subdolo”, più o meno decettivo, in nome di una istruzione pianificata a livello di nazione, ma anche appiattita, come qualità, al livello più basso. [Cfr.: Lombardi-Satriani citato in LE PARLATE DELL’EMILIA E DELLA ROMAGNA, di G. Bellosi e G. Quondamatteo – Ed. Del Riccio, 1979, pag. 7];

  1. La voglia intima di sapere da dove veniamo e chi siamo, di ritrovare la nostra identità, le radici, la specificità di un popolo, di una razza. E questo non significa chiuderci in noi stessi, ridurre i propri orizzonti, ma solo approfondire le proprie origini anche per comprendere meglio noi e chi ci sta vicino.

8Filatrice

(Foto T. Lodi p. g. c.)

C’è ancora gente (purtroppo anziana) che si rifugia nelle espressioni dialettali per raccontarsi, per consolarsi, per farsi capire! Per costoro il dialetto è la lingua viva, quella confidenziale, quella di tutti i giorni, quella, insomma, che ti conserva le amicizie e ti aiuta a restare a galla, demandando all’italiano il compito di risolvere i problemi burocratici.

E poi ci siamo noi, gente entrata nel ventunesimo secolo, che siamo ancora intrisi di espressioni nate e cresciute in campagna, poi passate al quotidiano di tutti. Espressioni che ormai non conservano più il valore iniziale, di quando sono state coniate, o perché non si compiono più quei gesti o perché non esistono più gli utensili e la possibilità di vedere dal vivo quanto affermato. Ad esempio: andar fuori dal seminato, tirarsi la zappa sui piedi, chiudere la stalla dopo che i buoi sono fuggiti; far sotto come le patate, ecc.

Perché abbiamo abbandonato il dialetto?

Anche in questo caso vi sono due motivazioni.

La prima è di carattere psicologico: dopo la scolarizzazione il dialetto restava la lingua dei poveri, dei perdenti, quindi si tentava di parlare italiano per camuffare la propria origine contadina.

La seconda causa (strano, ma vero!) è stata l’istruzione pubblica. Con la scuola obbligatoria si credeva di unire gli italiani anche mediante una unica lingua nazionale. Ci hanno costretti a parlare italiano (e questo, di per sé, non è un male), ma ci hanno anche spinti a considerare il dialetto un linguaggio da screditare. Così abbiamo sacrificato il dialetto ma, dopo oltre 156 anni, non parliamo ancora bene neppure l’italiano.

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La cultura orale

7 – Quella cultura sommersa, solo orale, ma così importante

Un popolo vivo utilizza un linguaggio vivo, reale, e fa di tutto perché restino, nel tempo, le testimonianze di una vera e propria civiltà del vivere basata unicamente sull’essenziale. Non potendolo fare con la scrittura si serve allora della memoria. Anche se qui si parlerà prevalentemente della cultura letteraria, sono sottintesi anche tutti gli altri valori morali e sociali, tramandati con l’esempio.

Qualsiasi concetto degno di sopravvivere, (un proverbio, una formula del catechismo, un episodio che travalica la normalità, la storia delle famiglie), viene espresso con qualche artificio letterario, come il distico o la strofa rimata), recitato in pubblico, diffuso e tramandato ai discendenti. Tutto lo scibile di chi ci ha preceduti è giunto a noi grazie alla trasmissione orale. Quello che succedeva per le massime d’insegnamento morale o pratico (Proverbi), succedeva anche coi testi delle satire, delle maschere, del “Bene” e di altri prodotti.

7Nonno e nipoti

 

(Da Google)

Quel poco che mi è stato possibile ricostruire è stato possibile solo attraverso confronti dello stesso prodotto registrandolo dalla voce di persone diverse. Molto materiale giace incompleto perché possediamo solo piccoli frammenti, e il resto è stato dimenticato. L’episodio cui si ispirava è sparito dalla memoria, e con esso le espressioni che ne parlavano.

Analizzando il materiale recuperato possiamo dire che la gente di questa vallata ha innato il senso dell’ironia e dell’umorismo. La vita quotidiana di sicuro non offriva occasioni per essere costantemente di buon umore. Allora rimediavano con battute improvvisate tendenti al costruttivo, al positivo, capaci di lenire le tribolazioni giornaliere e a smontare qualche borioso. L’ironia raggiungeva il massimo, come espressione e come tecnica, nelle Satire.

Per avere una panoramica sulla Satira nella Valle del Tassobio

rimando ad una serie di articoli pubblicati su Redacon dal 12 Giugno al 12 Settembre 2014 (WWW.Redacon.it; articoli di Savino Rabotti: La satira in montagna). 

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Acque chiare

6 – Acque chiare

Il Tassaro e la sua cascata

Inserita in una natura che rievoca le balze alpine, si trova lungo il percorso del rio, a valle di Crovara e Scalucchia, a breve distanza dal Mulino di Chicchino. "Sono in pochi a conoscerla, ma la cascata del Tassaro, con i suoi 7/8 metri d'altezza, è uno dei più belli e significativi salti d'acqua dell'Appennino reggiano. ...precipita (a qualche centinaio di metri da Scalucchia e ad un tiro di schioppo dai ruderi del castello di Crovara) lungo una gola che, circondata da pareti di arenaria alte una trentina di metri e ricoperte da una fitta vegetazione in cui dominano le carpinelle, costituisce uno stupendo anfiteatro naturale dove non batte mai il sole, e dove la corsa dell'acqua, pulita e freschissima, viene rallentata da una serie di laghetti...".

 6Cascate del Tassaro

 

(A. Nobili VIAGGIO NELL'APPENNINO REGGIANO - AGE, 2000, pag. 173).

Cascate del Rio Tassaro, sotto Crovara (Foto di Marc Lemmens).

Oggi anche quest'angolo è stato scoperto e rientra negli itinerari di escursionisti che da Buvolo percorrono il tratto pianeggiante del Tassobio fino al Mulino Chicchino. Da qui, a piedi, si arrampicano lungo il Tassaro fino a Montepiano, toccando le cascate del Tassaro, Crovara, il mulino della Piagna (in completo abbandono), Scalucchia, poi su fino alla sorgente di Fernoso, e Spigone, borgo con tracce medioevali. Meno noto ma ugualmente suggestivo è il percorso lungo il rio Riolco che nasce in prossimità di Pineto, in passato alimentava il Mulinaccio, e si congiunge col Tassaro al Mulino della Piagna. Anche lungo questo torrente ci sono scorci e cascate di notevole interesse.

Grazie all’interessamento dell’architetto Giuliano Cervi oggi la valle del Tassaro è Zona SIC e gode della protezione della comunità Europea. E ci sono molti gruppi che visitano la vallata, anche da fuori regione.

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Curiosità e cose uniche: Septariae e fonti solforiche

5 – Altre curiosità in Val Tassobio

L'Acqua marcia

Lungo il Fosso di Maiola, affluente del Rio Maillo, esiste da sempre una sorgente solforosa che la gente del posto chiama L'aqua mârsa, nome dovuto all'odore indisponente che la sorgente emana. Si trova alla confluenza dei sentieri che collegano, nelle diverse direzioni, i borghi di Roncolo, Maiola, Donadiolla-Castellaro. Dagli anni cinquanta in poi venne piano piano abbandonata. Intorno al 1990 è stata rimessa in uso. Per l'esiguità del getto e la posizione oltremodo fuori mano rispetto agli abitati la sorgente è nota solo a chi abita le borgate nominate sopra. L'acqua la si andava a prendere per curare il fegato e favorirne le funzioni. Oggi qualcuno vi si reca ancora, più per pretesto che per convinzione, forse a caccia di ricordi della propria infanzia. Resta comunque una buona scusa per fare una sgambinata fra i boschi.

Una sorgente analoga si trova a Vezzolo, tra Rosano e Castelnovo. Un’altra viene ancora ricordata in prossimità di Casalecchio, lungo il sentiero che collega la località al Mulino Paoli, riattivato da poco.

A Vedriano invece si ha memoria di una sorgente di acqua salata che sgorgava poco lontano dall'abitato. [Testimonianza di Afra Campani].

Le Septàrie

Nel tratto del Tassobio che va dal vecchio Mulino Paoli a quello dei Rinaldi, sul lato di Vedriano, vi sono le così dette sadine. È un calanco continuamente dilavato dalle intemperie, privo quasi del tutto di vegetazione. Lungo questi calanchi si notano trasudazioni di acqua solforosa che si manifestano con una colorazione biancastra del terreno, abitualmente grigio. Non è stato l'uomo a dare importanza al fenomeno. Semmai, potendo, lo avrebbe eliminato per rendere fertile il terreno. Sono invece state le pecore che, condotte al pascolo per sfruttare anche le piccole quantità di erba che nasceva fra i calanchi, una volta imparata la strada vi correvano per leccare i sassi resi salmastri, con grande stizza di chi le doveva accudire.

Septarie 1

 

 

 

       Septarie 2

 

 

 

 

Due esemplari di Septariæ

Qui si possono trovare minerali particolari, le Septàriæ, cioè “masse rocciose, ovoidali o tondeggianti, di dimensioni variabili, costituite da una crosta reticolata divisa in setti e spesso parzialmente cave all’interno), che racchiudono minerali ben cristallizzati (barite, calcite). [Testimonianza di Massimo Rabotti]. (Cfr.: Del Caldo, Moro, Gramaccioli, Boscardin: GUIDA AI MINERALI, Fabbri, 1973, pag. 155).

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Curiosità e cose uniche: le pietre magiche

4 – Curiosità in Val Tassobio

Le pietre magiche

A Borzano di Canossa le chiamano Pietre Magiche. - "Nel mezzo di un campo affiora dai coltivi un grande masso di roccia nera, di origine vulcanica, la cui superficie è letteralmente ricoperta da un grande numero di cavità, assimilabili a coppelle, ... Tuttavia il tema dei massi coppellati ricorre frequentemente nell'archeologia della montagna, proprio in quei luoghi in cui esistono affioramenti rocciosi collocati in posizione di alta panoramicità". (Cervi - Iotti, op. cit. pag. 61).

L'appellativo di Pietre magiche va collegato alla possibilità che esse servissero per riti religiosi dei popoli primitivi (Liguri o Celti). Pare infatti che le coppelle venissero riempite di oli, grassi o resine e poi accese durante la notte di certe ricorrenze particolari. Tali testimonianze sono presenti in moltissimi luoghi ove vivevano i celti, lungo tutto l’arco alpino, in Garfagnana e in Emilia-Romagna.

Nell’estate 2016 il CAI di Reggio ha scoperto una grossa pietra, con scanalature e coppelle, poco sopra Legoreccio, sul Monte Lulseto. Il sito è ancora oggetto di studio da parte degli esperti della Università di Bologna, ma sembra si tratti di ciò che resta di un centro di culto preistorico.

Monte Lulseto 1

 

Il grosso macigno di Lulseto, presso Legoreccio-Crovara,

scoperto nel 2016. [Foto G. Cervi]

Sapendo che i celti mettevano in relazione tra di loro i santuari in base a dati astronomici e fasi lunari, sarebbe interessante vedere se il masso di Borzano e quello di Lulseto sono “a vista” tra di loro, e quasi sicuramente con altri punti dei quali non è ancora stato scoperto la collocazione.

Il risultato degli esami fotografici con le tecnologie moderne. Il macigno è stato

virtualmente liberato da tutti gli apporti del tempo.

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